Storia della lavorazione artistica del vetro a Roma


Le vetrate artistiche, con i loro imprevedibili e mutevoli effetti di luce, trasparenza e colore, sono creazioni ricche di fascino. Da alcuni anni sempre più apprezzate a Roma.

Il successo è stato suggellato dall’apertura di nuovi laboratori anche nel centro storico, nei quali operano giovani artigiani in grado di coniugare la tradizione, creativamente rinnovata, con originali forme di espressività e tecniche moderne, spesso nate all’estero, come la vetrofusione, il collage, e soprattutto quella tessitura con rame saldato a stagno – comunemente definita Tiffany dal nome del suo ideatore – che permette ottimi risultati nella realizzazione di lampade e altri oggetti d’arredo.

Alcuni artigiani hanno invece scelto di dedicarsi alla soffiatura artistica del vetro, «a lume» oppure con l’altoforno, tecniche affascinanti e millenarie che non hanno però solidi legami con la tradizione laziale, e sono importate dai principali centri della produzione vetraria italiana: Murano, in Veneto, e Altare, in Liguria.

Le più antiche vetrate oggi esistenti in Italia si ritiene siano quelle della Basilica di San Francesco ad Assisi, che risalgono alla metà del Duecento. A Roma sono invece da segnalare le due rilevanti opere del francese Guillaume de Marcillat, nella Chiesa di Santa Maria del Popolo, degli inizi del xvi secolo. Si tratta di eccezioni, sia pure di non poco conto. Roma non ha infatti una tradizione consolidata nel campo della lavorazione artistica del vetro, anche se nella città è sempre stata presente la produzione di oggetti per uso comune. Bicchieri, bottiglie, e le caratteristiche fojette, tipici contenitori per il vino, da mezzo litro, un tempo onnipresenti nelle osterie romane.

La tecnica della vetrata artistica fu rilanciata a Roma agli inizi del Novecento, in un periodo di particolare gloria per le arti decorative, in Europa come negli Stati Uniti. La rinascita avveniva dopo un lungo declino, durante il quale la vetrata era progressivamente scaduta a semplice pittura – anche se a gran fuoco, la tecnica chiamata grisaille – e a una produzione di scarso valore, che comprendeva persino la realizzazione di vetrate opache. Il vetro veniva così privato della sua principale caratteristica, la trasparenza.

La rinascita, espressiva e tecnica, della vetrata artistica a Roma, ottenuta tramite lo sviluppo delle moderne potenzialità di metodi antichi, si deve alla proficua e duratura collaborazione fra il vetraio Mastro Picchio, al seguito Cesare Picchiarini, e celebri artisti dell’epoca.

Agli albori del secolo scorso la vetrata ornamentale iniziò a essere inserita anche quale componente d’arredo delle abitazioni borghesi, mentre in precedenza era stata usata quasi esclusivamente come elemento decorativo negli edifici sacri. La rinascita, espressiva e tecnica, della vetrata artistica a Roma, ottenuta tramite lo sviluppo delle moderne potenzialità di metodi antichi, si deve alla proficua e duratura collaborazione fra il vetraio Mastro Picchio, al seguito Cesare Picchiarini, e celebri artisti dell’epoca.

La bottega del maestro, che per un periodo insegnò anche l’arte della vetrata nell’Istituto del San Michele a Ripa, si trovava nella piazza Pozzo delle Cornacchie, oggi intitolata a Giuseppe Toniolo, e, successivamente, in piazza San Salvatore in Lauro. Mastro Picchio riuscì a fungere da catalizzatore per alcuni artisti, in particolare il poliedrico Duilio Cambellotti, l’architetto Umberto Bottazzi e il pittore Vittorio Grassi, ai quali si unì in seguito Paolo Paschetto. A partire dal 1912 il gruppo, i cui membri collaboravano alla rivista La Casa e si ispiravano agli stili e alle soluzioni decorative dell’Art Nouveau, organizzò alcune mostre, che contribuirono a far entrare la vetrata istoriata nel gusto delle classi abbienti romane.

Crearono inoltre pregevoli opere, come le splendide vetrate policrome della Casina delle civette di Villa Torlonia, aperta al pubblico nel 1997 dopo un lungo e accurato restauro. Le realizzazioni di Picchiarini, sensibile interprete dei cartoni degli artisti oltre che valente esecutore, impreziosivano finestre, balconi e porte di tutti gli ambienti, bagni compresi, di questa singolare costruzione, una sorta di fiabesco scrigno dall’atmosfera suggestiva e incantata. Soggetti geometrici si alternano a raffinate composizioni floreali e belle creazioni figurative.

Alcune opere, andate distrutte, sono riproposte sulla base dei disegni originali. È possibile riconoscerle dalla firma dello studio Vetrate d’arte Giuliani, nel quale lavorano oggi, nella sede di via Garibaldi, a Trastevere, gli eredi di quel Giulio Cesare Giuliani, operante in città già dal 1900, al quale Picchiarini cedette il proprio laboratorio quando non fu più in grado di gestirlo a causa di disturbi nervosi.

Scopri qui i vetrai artigiani di Roma e Lazio. 

Questo articolo è un estratto del libro “Mestieri e Botteghe nel cuore di Roma” pubblicato da Paola Staccioli e Stefano Nespoli


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