“Tanto pe’ cantà”, storia della canzone Romana (Parte 1)


La canzone romana ha origini nel tardo Medioevo e nel Rinascimento e riflette nel corso dei secoli le mentalità, i costumi, le credenze e i desideri della relativa epoca. Questa è la storia della canzone romana dal quei periodo fino ai nostri giorni…

La canzone romana ha origini nel tardo Medioevo e nel Rinascimento e riflette nel corso dei secoli le mentalità, i costumi, le credenze, le esigenze e i desideri della relativa epoca.

Il fatto che Roma fosse una città soprattutto religiosa, ha fatto si che molte “arie” avessero origine da canti religiosi o da laudi delle sacre rappresentazioni. In tema di laudi sono da menzionare quelle di Ceccolella, ovvero Santa Francesca Romana: gli atti del processo della sua canonizzazione, oltre a rilevare le sue virtù di sposa e madre e di benefattrice delle persone più bisognose di carità, elogiavano la capacità della santa di testimoniare la fede “nei suoi canti ritmici romaneschi, fioriti sulle sue labbra anche quand’era rapita in estasi”.

Ninne nanne e sonetti

Alla fine del Cinquecento ebbero grande spazio le musiche polifoniche di Giovanni Pierluigi da Palestrina e soprattutto le rime introdotte da San Filippo Neri nell’ambito dell’educazione musicale dei suoi ragazzi, che venivano riadattate dai cantastorie del tempo.

Fu proprio grazie ai cantastorie che ebbero origine una serie di canzoni che, a seconda dell’argomento, si chiamavano Zingarate, Norcinate e Tarantelle, e venivano improvvisate facendo riferimento ad avvenimenti quotidiani. Anche le ninne-nanne ebbero un posto importante nei canti della tradizione romana: facevano quasi sempre riferimento a fatti storici come il sacco di Roma ad opera dei Lanzichenecchi.

Alcune di queste ninne-nanne erano ancora in voga a fine Ottocento, ed erano cantate come per allontanare gli echi di tragici ricordi. Nel frattempo nascevano anche una serie di canzoni di carattere amoroso alla quale fecero seguito tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, Madrigali, Villanelle e soprattutto “Arie alla romana”, che rimasero di moda fino ad oltre la metà del Settecento nell’ambito degli spettacoli musicali che si davano a Roma in pubblico e privato e alle quali dettero un contributo musicisti di rilievo dell’epoca, come Benedetto Micheli, che non compose solo musiche per feste in palazzi nobiliari e chiese, ma anche ariette “con personaggio che parlava nell’idioma usato dal volgo di Roma”.

Si trattava delle Romanelle, che già in quel tempo il popolo chiamava Sonetti e successivamente Stornelli: gli stornelli costituivano, come scrisse Giggi Zanazzo, “un sospiro d’amore, un accento d’odio, un capriccio della fantasia”, per i quali ogni luogo ed occasione erano buoni a sollecitarne l’improvvisazione, dalla strada all’osteria, dal banchetto nuziale alla gita fuori porta.

Lo stornello romano nasce dall’usanza di cantare “a storno”, ovvero rimbalzando la voce da un luogo all’altro: la fortuna dello stornello è legata alla sua brevità e immediatezza

Lo stornello romano

Lo stornello romano nasce dall’usanza di cantare “a storno”, ovvero rimbalzando la voce da un luogo all’altro: la fortuna dello stornello è legata alla sua brevità e immediatezza, rivolta ad un pubblico quasi sempre ristretto, inventato da poeti improvvisatori a braccio anche senza accompagnamento musicale.

Molti stornelli sono stati tramandati dai cantori di strada, ambulanti, carrettieri e venditori e soprattutto da quelli che venivano chiamati “posteggiatori d’osteria”. Lo stornello romano veniva inoltre intonato anche dai carcerati di Regina Coeli e dalle donne da un balcone all’altro. Il filo conduttore che unisce l’evoluzione della tradizione musicale di questi secoli è sempre la stretta comunanza fra temi sacri e profani, tra i santi e la madre Maria da un lato, le donne e il vino dall’altro.

Non mancavano i temi politici e sociali, caratterizzati da una vena di anticlericalismo derivante dalla convivenza, nel corso dei secoli, con la tirannia di un certo clero più dedito alla gestione del potere che alla cura delle anime, ma venivano affrontati sempre in modo satirico e quasi mai in modo rivoluzionario. In questo contesto occorre sottolineare il ruolo delle “Pasquinate”, che avevano avuto origine intorno a metà quattrocento e che toccarono da allora più o meno tutti i pontefici romani susseguitisi fino al 1870.

Le Pasquinate si trasformavano spesso in canzoni; da ricordare quella del 1625 su Urbano VIII e sul suo eccessivo arricchimento: “Frati, preti e polli, non sono mai satolli”. La cosa sorprendente è che a cimentarsi nel comporre questi versi e canzoni erano sovente gli stessi monsignori della curia.

Un tipo di stornello del tutto particolare era costituito dai canti che i carcerati usavano utilizzare come modo di comunicare verso l’esterno: la canzone più famosa è stata senz’altro il “Canto del carcerato”, in cui uno dei carcerati al San Michele, probabilmente per ragioni d’amore e di onore, dava sfogo alla sua malinconia, rievocando le scorrerie dei turchi.

Questo è il periodo in cui sono in voga le ottobrate, il carnevale, il lago di piazza Navona, la festa delle Fragole e tutte le altre manifestazioni popolari allietate dalle stornellate e dal saltarello

La Serenata

Parallela alla diffusione degli stornelli è la nascita della Serenata, che non è un genere musicale ma una musica ed un testo usati per il corteggiamento della persona amata: una straniera in visita a Roma nel 1816-17, poteva scrivere nel suo diario:”……….talvolta, a notte tarda, sale dalla strada un concerto di strumenti a corda; sono chitarre mandolini che accompagnano voci deliziose; si cantano purissime melodie romane che si perdono a poco a poco nel silenzio della notte….”

Questo è il periodo in cui sono in voga le ottobrate, il carnevale, il lago di piazza Navona, la festa delle Fragole e tutte le altre manifestazioni popolari allietate dalle stornellate e dal saltarello. Verranno poi i giorni della Repubblica Romana quando il nome di Garibaldi verrà esaltato in quasi tutte le canzoni del tempo; infine, argomento dei canti del popolo romano saranno i bersaglieri entrati a Porta Pia, con Roma finalmente unita all’Italia.

In questo nuovo clima la canzone romana prende nuova forma e negli ultimi anni dell’Ottocento raggiungerà un momento di vero splendore: fu, infatti, con la festa di San Giovanni del 1891 che nacque la moderna canzone romana.


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