Nelle scarpe di lusso spazio agli artigiani 4.0


Un interessante articolo del quotidiano Il Sole 24 Ore che approfondisce il rapporto tra gli artigiani, la tecnologia e il settore delle calzature di lusso

E’ l’orlatrice la figura professionale più importante per un’azienda calzaturiera focalizzata sul made in Italy di qualità, perché è la sua maestria manuale che tiene alla larga la concorrenza dei Paesi a basso costo. Non ha dubbi Enrico Ciccola, presidente del calzaturificio Romit di Montegranaro, cuore del distretto fermano della scarpa, su quale sia il profilo strategico per rilanciare la tradizione e la sapienza della calzatura italiana: è di artigiani nel senso rinascimentale più che di nerd digitali 4.0 ciò di cui ha bisogno l’imprenditore.

Romit da 40 anni realizza calzature uomo di altissima gamma come terzista per brand del lusso internazionali e a marchio proprio, e il fatto che su 70 dipendenti 60 siano impegnati in produzione (di cui 5 orlatrici) non lascia dubbi su quale sia il motore del valore aggiunto aziendale. «Servono 200 passaggi per realizzare una scarpa e servono mani pensanti per gestirli e risolvere eventuali problemi nella lavorazione. Gli artigiani in manovia sono ancora oggi, nell’Impresa 4.0, la leva più importante per la nostra competitività», rimarca Ciccola. Che è anche presidente della sezione Calzaturiera di Confindustria Centro Adriatico e ha fatto sua la battaglia a Bruxelles per il riconoscimento del marchio made in Italy al fine di salvaguardare i 77mila posti di lavoro garantiti dall’industria calzaturiera nazionale (e gli oltre 14 miliardi di fatturato con cui sostiene il Pil italiano).

Purtroppo orlatura e taglio sono state anche la prime funzioni che i piccoli imprenditori hanno delocalizzato di fronte alla crisi che in 15 anni ha dimezzato gli occupati e tagliato di due terzi i volumi produttivi di “100% made in Italy”. «Un’orlatrice in Italia costa 3mila euro al mese, nell’Europa dell’Est 150 euro. I conti sono presto fatti quando, su 100 euro di costo della scarpa, metà è dato dal lavoro. Così oggi orlatrici italiane se ne trovano sempre meno, quelle a domicilio sono sparite. Quelle ancora attive in azienda sono quasi tutte arrivate alla pensione, i giovani formati nelle scuole sono pochi, senza considerare che ci vogliono almeno due anni per imparare ad arte il mestiere», aggiunge l’imprenditore fermano.

A sostituire tagliatrici e orlatrici italiane (lavori di precisione coniugati al femminile più che al maschile, mentre tecnici uomini sono più presenti nelle fasi successive di montaggio-assemblaggio, fondo, fresatura, finissaggio) sono i cinesi in Italia, che lavorano in condizioni al limiti della legalità «e senza alcun know-how e capacità di intervenire se ci sono difetti nel processo. A quel punto – conclude Ciccola – i robot funzionano meglio, ma il ragionamento si sposta su grandi investimenti in tecnologia e grandi volumi di fascia medio-bassa, un segmento in cui il made in Italy è destinato a soccombere».

Anche il fresatore, l’artigiano che fresa la suola per lucidarla e finirla, è figura rara e preziosa che le aziende calzaturiere si contendono, arrivando a pagarla anche 3mila euro netti al mese. Contro uno stipendio medio per un entry level nel settore di 1.300 euro. Tramonta così anche lo stereotipo che siano solo straniere le giovani maestranze per il ricambio generazionale: ragazzi italiani pronti a lavorare nei distretti della scarpa si trovano, in cambio di un contratto sicuro. Le imprese che investono su qualità di prodotti e processi non rischiano di restare senza personale.

Articolo di Ilaria Vesentini, continua a leggere su IlSole24ore


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