Intervista a Massimo Banzi, pioniere del movimento Maker


Massimo Banzi, da Arduino alla rivoluzione dei makers: “Ecco come si cambia il mondo con la tecnologia”. E sulla Maker Faire dichiara: “Roma non la valorizza abbastanza”. Intervista pubblicata sul quotidiano Il Tempo

Massimo Banzi è uno degli italiani più noti e stimati all’estero. Per dirne una, The Economist lo ha inserito nel novero dei fautori della “nuova rivoluzione industriale”. Banzi, insieme a un manipolo di illuminati che si riunivano nell’omonimo bar di Ivrea, è il padre di Arduino, la scheda elettronica che è diventata il cervello di una quantità indefinibile di progetti che vanno dalla robotica all’automazione. È al centro della cosiddetta rivoluzione dei makers, quel mix di tecnologia digitale e perizia artigianale che anima da anni il movimento globale dei pionieri hi-tech che affollano ogni anno la Maker Faire di Roma, di cui Banzi è curatore. Da qualche giorno, poi, Arduino è entrato nei piani della scuola italiana grazie al protocollo firmato con il ministero dell’Istruzione, università e ricerca che vedrà il Programma CTC 101, nato per promuovere le competenze digitali di studenti e insegnanti, entrare in trenta scuole italiane.

Banzi, finalmente Arduino va a scuola. Soddisfatto?
“Sì, certo. al Miur c’è un gruppo di lavoro, con cui siamo in contatto da molto tempo, che ha in grande considerazione la digitalizzazione della scuola. Abbiamo messo a punto un programma per rendere più facile la programmazione e l’utilizzo di queste tecnologie, con grande attenzione alla formazione degli insegnanti. In Spagna già 17mila studenti hanno imparato a conoscere e utilizzare Arduino. È giunta l’ora di portare questo programma in Italia”.

Arduino viene definito un “ecosistema open-source hardware e software”. Corretto?
“In pratica Arduino è un piccolo computer, delle dimensioni di una carta di credito, utilizzato per fare il ‘cervello’ di oggetti intelligenti. Oltre all’hardware c’è un sistema di programmazione e del materiale educativo per utilizzarlo. Tutti elementi che insieme hanno dato il via a centinaia di migliaia di progetti in tutti i campi realizzati utilizzando l’elettronica in modo creativo”.

Nelle ultime edizioni stiamo cercando di creare ponti tra i makers e gli innovatori e la piccola e media impresa: l’artigianato, il design, i punti di forza storici della nostra economia. Certo, la Maker Faire è un appuntamento di livello europeo ma la città di Roma dovrebbe avere un po’ più di orgoglio per questo evento. Quando vai a Lisbona per il Web Summit anche il calzolaio ha il poster fuori dalla bottega e fa lo sconto per i visitatori dell’evento.

Qualla dei makers è l’ultima rivoluzione industriale?
“I makers sono in qualche modo la spia del cambiamento. Oggi ci sono le condizioni storiche per creare cose che non ci sono utilizzando una tecnologia disponibile non solo agli esperti, ma a un gran numero di persone anche senza formazione specifica. Certo, la voglia di fabbricare cose che le grandi aziende non hanno o costano troppo esiste da sempre. Basta pensare a Steve Jobs e al suo socio Steve Wozniak: due ragazzi californiani che volevano creare un computer che costasse poco. Con Arduino e le tecnologie legate all’open source il numero di aspiranti Steve Jobs cresce in maniera molto rapida. Anche in Paesi non particolarmente sviluppati, prima tagliati fuori da tutto”.

Certo, Steve Jobs e la Apple sono all’opposto dal concetto di gratuità delle risorse. Non si diventa miliardari con il software libero. O no?
“Non è detto che l’obiettivo debba essere per forza diventare miliardari. Ci sono tantissime persone che cercano soprattutto di cambiare le cose. Anche con l’open source, però, si possono fare i soldi: ci sono molti esempi di modelli di business che lo dimostrano. Chiaro, per diventare miliardari è preferibile restare proprietari della propria tecnologia. Ma questa storia per cui tutti devono diventare ricchi è una rottura di scatole”.

Quando è partito tutto a metà degli anni Duemila si aspettava un succeso così?
“Ci sono in giro sei milioni di schede originali e milioni di copie, cloni, compatibili… Arduino è un fenomeno che abbraccia un numero incredibile di persone, e un successo così non me lo aspettavo assolutamente. L’obiettivo era fare degli strumenti che rendessero più facile la vita dei miei studenti e agli studenti dei miei colleghi. Ma c’è una cosa che voglio sottolineare”.

Prego.
“Non è che inventi una cosa e il giorno dopo milioni di persone la usano. Bisogna far conoscere il proprio lavoro e farsi un mazzo non indifferente. Ci vogliono molti anni di lavoro e di impegno, centinaia di workshop e incontri per illustrare la propria idea e via dicendo. Molta gente con la mitologia della startup si dimentica che nella realtà non si diventa miliardari in tre mesi. Devi farti il mazzo, lavorare tanti anni al limite della sopravvivenza e poi forse tutti capiranno il valore di quello che hai realizzato”.

In Italia si parla tanto di startupper, app, incubatori, acceleratori, spinoff… La terminologia ipermodernista nasconde un bluff?
“No, ma siamo ancora indietro. In Italia tutti utilizzano internet senza capire bene come funziona. In questo senso il progetto del Miur sul digitale è molto serio soprattutto per l’alfabetizzazione nelle scuole, che è il primo passo”.

Parliamo della Maker Faire di Roma, vetrina europea sull’innovazione. È soddisfatto?
“È un’esperienza fantastica. La comunità si allarga ed evolve anno dopo anno. Nelle ultime edizioni stiamo cercando di creare ponti tra i makers e gli innovatori e la piccola e media impresa: l’artigianato, il design, i punti di forza storici della nostra economia. Certo, la Maker Faire è un appuntamento di livello europeo ma la città di Roma dovrebbe avere un po’ più di orgoglio per questo evento. Quando vai a Lisbona per il Web Summit anche il calzolaio ha il poster fuori dalla bottega e fa lo sconto per i visitatori dell’evento. E non per niente proprio a Lisbona Google sta aprendo un ufficio di ricerca con annessi 500 posti di lavoro. Se Roma abbracciasse la Maker Faire in modo altrettanto caloroso forse si metterebbe sulla mappa delle città che guardano all’innovazione. Altrimenti si parla solo di spazzatura e di degrado. O dell’albero Spelacchio”.

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