Ecco come si lavora nelle fabbriche del futuro


Chi sono, che cosa pensano e come lavorano le persone nelle fabbriche del futuro? L’Italia è al passo con i tempi che avanzano? Siamo pronti a lavorare affiancati da sistemi di robotica? Abbiamo le competenze che servono oggi nei posti di lavoro?

Le cose stanno cambiando in fretta e non rimanere indietro dipende anche da noi. Circolano voci catastrofiche per cui i robot ci sostituiranno del tutto, ma concediamoci qualche dubbio: a quanto sembra, al centro delle fabbriche, c’è sempre più bisogno dell’intelligenza umana.

«Una centralità che è resa necessaria dalla trasformazione delle imprese, che diventano sempre più flessibili, reattive al mercato e capaci di personalizzazioni produttive un tempo inimmaginabili», spiega il giornalista Edoardo Segantini, autore del recentissimo «La nuova chiave a stella» (Guerini e Associati), un libro-inchiesta che racconta di uomini e di donne, di operai e manager, tutti protagonisti della cosiddetta industria 4.0. È un dichiarato riferimento a «La chiave a stella» di Primo Levi, che mette l’uomo al centro della scena: anche Edoardo Segantini lo fa, cercando di mettere in luce esperienze positive, che possano essere d’esempio.

«Sono consapevole di aver incontrato un’élite: i dati ci dicono che le realtà avanzate in termini di innovazione rappresentano qualcosa come il 20% dell’industria italiana. C’è poi un resto dell’industria che fa più fatica a seguire questi cambiamenti. Le aziende più innovative sono in genere quelle medie-grandi, ma pure nel mondo delle piccole imprese ci sono esempi di eccellenza: il made in Italy continua a essere forte nell’innovazione manifatturiera. Ci sono aziende come, per esempio, la Poliform o la Sergio Rossi che sanno mettere insieme la tecnologia e l’automazione con una formidabile capacità artigianale delle persone. Solo la presenza umana può consentire tutta quella creatività e flessibilità: per lavorare bene ci vogliono mani intelligenti».

Dunque possiamo dormire sonni tranquilli: quel chiacchierare sul fatto che presto i robot ci ruberanno il lavoro non sarebbe così fondato, giusto?

«Io credo che questo non accadrà. È come se a volte ci fosse bisogno di brutte notizie, come se ci fosse un interesse satanico a creare disoccupati. I robot non sostituiranno gli umani e non solo per questioni etiche: in fondo anche il Papa ha detto che il lavoro è una priorità umana e non è un orpello. Ma non accadrà anche per un’esigenza economica: il mercato spinge le aziende a un’estrema flessibilità e duttilità, cose che possono essere garantire solo dagli essere umani. Le aziende devono essere pronte a cambiare prodotti con grande velocità e ci vuole personale versatile».

il made in Italy continua a essere forte nell’innovazione manifatturiera. Ci sono aziende come, per esempio, la Poliform o la Sergio Rossi che sanno mettere insieme la tecnologia e l’automazione con una formidabile capacità artigianale delle persone

Ma perché siano versatili e qualificati, questi dipendenti dovranno pure essere formati: «E infatti molte aziende, le migliori, stanno investendo proprio sulla formazione anche a livello consortile. Penso alla Muner, la Motorvehicle University of Emilia-Romagna, un’università che è stata realizzata grazie  al fatto che si sono messi insieme sia le grandi aziende motoristiche, come Ducati, Ferrari e Maserati, sia gli atenei della zona, dall’Università di Bologna a quella di Parma. La Legge Calenda per cui per le imprese che effettuano una spesa per nuove tecnologie di produzione possono avere accesso al credito di imposta, può valere anche per la formazione, su cui, rispetto per esempio alla Germania, abbiamo ancora un gap da colmare».

Un personale molto qualificato, però, costerà di più: «Certo, i lavoratori devono essere pagati a dovere. Anche Henry Ford, agli inizi del Novecento, diceva che avrebbe dovuto aumentare lo stipendio dei suoi dipendenti altrimenti non avrebbero avuto i soldi per comprare le sue macchine! Quando ci sono ondate di innovazione così importanti, i costi sociali tendono a concentrarsi, mentre i benefici tendono a diffondersi. Nel momento in cui si chiede un maggiore coinvolgimento, una maggiore partecipazione bisogna essere disposti a pagare bene. Quando si parla di operaio aumentato è chiaro che non può essere aumentato solo di nome: se è più formato dovrà essere anche più retribuito. Ma questo mi sembra che gli imprenditori ce l’abbiano ben chiaro: l’innovazione è più visibile nelle grandi aziende dove i rapporti di lavoro sono solidi e regolari, non è un caso».

Articolo a cura di Valeria Vantaggi, continua a leggere su Vanity Fair

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