Artigianato sempre più in crisi: quali strade per invertire la tendenza? 1


L’artigianato, tra le bandiere del made in Italy, è sempre più in crisi. Tra il 2013 e il 2018 sono scomparse nel nostro Paese 100mila imprese artigiane. Lo attesta Domenico Mamone, presidente dell’Unsic, nel corso di un’intervista con la giornalista Cesina Colleluori

“Per fotografare la crisi dell’artigianato – evidenzia il presidente del sindacato datoriale – è emblematico un dato dell’Inps: dall’inizio della crisi il numero degli apprendisti artigiani cala con percentuali tra il 5 e il 10 per cento annuo”.

Certo, i dati generali includono sia la piccola impresa edile sia gli artisti d’eccellenza del corallo di Torre del Greco o gli orafi toscani, cioè i cosiddetti “mestieri d’arte”, come vengono classificati a livello internazionale. Ma il problema vero è che la contrazione, salvo poche eccezioni, è purtroppo generalizzata.

Dalle analisi dell’Unsic, che associa anche migliaia di imprese artigiane, le flessioni più sensibili riguardano i settori della falegnameria, della lavorazione del ferro e dell’edilizia. Si riduce il numero di fabbri, piastrellisti, marmisti, tornitori, fresatori.“Però attraverso la rivoluzione digitale tutto evolve – spiega Mamone – e tra i nuovi artigiani ci sono tatuatori, designer dell’illuminotecnica, creativi del food, lavoratori autonomi che reinventano un mestiere in ottica di sostenibilità, fino al boom dei makers, che non solo creano prodotti con innovative stampanti 3D, ma soprattutto costituiscono una forte comunità internazionale con continue contaminazioni”.

Domenico Mamone, presidente UNSIC (Unione Nazionale Sindicale Imprenditori Coltivatori).

Ma quali sono le cause di questo declino?

“La causa più ovvia risponde a logiche di mercato e di consumo imposte da meccanizzazione e automazione: la straordinaria diffusione di beni di serie, a basso costo, ha emarginato le produzioni artigianali” – continua il presidente dell’Unsic.

“La conseguenza è che per i pensili della cucina si ricorre, anziché agli ultimi ebanisti, alle infinite, omologate e globalizzate soluzioni di Ikea, che fanno anche tendenza. Idem per un abito, per un oggetto di arredamento, per un gioiello. Non solo: se un ombrello o un coltello diventano inutilizzabili, se ne compra di nuovi perché costano meno rispetto al servizio dell’ombrellaio o dell’arrotino. C’è di più: il mestiere dell’artigiano da anni subisce una sorta di ‘deprezzamento culturale’ a fronte delle professioni cosiddette intellettuali, che – almeno in passato – garantivano occupazioni più sicure, meno faticose e più remunerate. Ciò incide sulla mancanza di passaggio generazionale. E’ insomma cambiata, e io credo in peggio dopo secoli di ‘onorato servizio’, la concezione del lavoro”.

La contrazione del settore equivale alla perdita di ricchezza non solo produttiva e quindi economica, ma soprattutto culturale, artistica, estetica, umana, etica.

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Un commento su “Artigianato sempre più in crisi: quali strade per invertire la tendenza?

  • Alessandro Massi

    Cosa ha detto di nuovo Domenico Mamone? Dal secondo semestre del 2008 si entrati in una fase che si era già manifestata nel 2003, quella del l’estinzione della classe media. La classe media aveva un reddito spendibile e sosteneva la piccola e micro impresa. Era composta da persone di buona cultura, amanti e conoscitori del bello, di persone non omologate. Si è perso il piacere di convivialità nella propria dimora con gli amici. Si è perso il piacere di passeggiare ed acquistare nei negozi e nelle botteghe di quartiere. Tra poco si pagherà il prezzo di questo, con la desertificazione del tessuto commerciale urbano. La popolazione si invecchia sempre più, quindi dove si va a comperare? Al centro commerciale sul raccordo anulare? Sul web? Dove chiedo consiglio? Il mercato lo fanno le persone quindi se si bada solo al prezzo, al minor costo, al materiale senza caratteristiche di sicurezza, al prodotto che non ha valore aggiunto. Allora non potrà esserci un’inversione di marcia!