Storia dell’arte della ceramica a Roma


L’arte della ceramica accompagna da millenni la vita quotidiana dell’uomo, tanto che i suoi manufatti per uso pratico, devozionale e decorativo sono tra le tracce più importanti di culture e civiltà scomparse. Qui ripercorriamo le vicende storiche di questa antica arte pubblicando un estratto dal libro “Mestieri e botteghe nel cuore di Roma” di Paola Staccioli e Stefano Nespoli

Risale all’epoca preistorica la cottura delle diverse argille modellate manualmente con l’ausilio del tornio, uno strumento che ha mantenuto la stessa forma a distanza di migliaia di anni.  L’unica differenza è che oggi si usano quasi esclusivamente torni elettrici o elettronici. Oltre ai numerosi oggetti disseminati nei musei archeologici, l’antica produzione per uso quotidiano viene ricordata a Roma dal mons Testaceus, nel rione Testaccio, un colle artificiale composto di testae, ovvero cocci, frammenti di anfore provenienti dalla Spagna e dall’Africa, testimonianza dell’intensità del traffico commerciale in epoca imperiale.

Un forte sviluppo dell’arte della ceramica per uso ornamentale si ebbe in Italia nel Rinascimento, anche se Roma non svolse nel settore un ruolo primario. Alcune fabbriche e scuole sorsero nella città nel Cinque-Seicento – create in genere da “stranieri”, provenienti cioè da altri Stati italiani – ma si ricordano solo i nomi di pochi maestri, che lavorarono principalmente per conventi e farmacie, come Diomede Durante e Giampaolo Savino. Più importante è sempre stata a Roma la produzione di oggetti per uso comune: vasellame, pentole, tegami e contenitori vari. Solo da alcuni decenni alluminio, acciaio, vetro o plastica hanno preso il posto della terracotta.

Le antiche botteghe sono quasi ovunque scomparse, e i cocci artigianali sono oggi molto ricercati. Fondamentale fu anche, nella Roma del passato, la fabbricazione di mattoni, tegole e altri prodotti per l’edilizia, che sfruttava, per il reperimento delle materie prime, le cave di argilla dei Monti di Creta, e per la cottura le numerose fornaci esistenti nella città. È il nome di una strada, situata nel rione Trastevere, a ricordare ancora oggi i vascellari, denominazione che nulla ha a che vedere con la  costruzione di imbarcazioni ma che invece, per una deformazione dialettale romanesca, indica i vasellari, cioè i vasai e fabbricanti di boccali e oggetti in coccio. Questi artigiani si erano stabiliti nello storico rione perché la zona, vicina al Tevere, permetteva il rifornimento di acqua e di terre, ma anche il commercio dei prodotti nel vicino porto di Ripagrande.

Riuniti in un sodalizio, questi artigiani organizzarono ogni anno, fin dopo il 1870, «ne ll’ottavario der Corpusdommine» una processione per le vie di Trastevere, probabilmente la più celebre tra quelle promosse dai differenti mestieri nella Roma dell’epoca. «Era una bbella precissione – racconta Giggi Zanazzo, attento osservatore delle tradizioni romane – perché cciaveva uno de li più bbelli stennardi de Roma. Se diceva de li Bbucaletti perché ’sta precissione era fatta da la compagnia de li Vascellari, che in quer tempo, ortre a ffa’ le pile, li tigami, li dindaroli, li scardini eccetra, co’ la créta de fiume, ce faceveno puro li bbucali de còccio che anticamente invece de le fojette e dde li mèzzi de vetro, s’addropàveno pe’ sservì er vino in de ll’osterie».

Agli annosi problemi di precedenze, che assillavano la ricorrenza e, in generale, turbavano le processioni della Roma papale, Giuseppe Gioacchino Belli aveva dedicato, nel 1831, un divertente sonetto intitolato La compagnia de’ Vascellari: «Si ccaso mai, sor faccia de pangiallo, / l’arreggemo noi puro er bardacchino. / Ch’edè? nun zemo indeggni de portallo? / E vvoi chi ssete? er fio der re Ppipino? / Nun t’aricordi ppiù, bbrutto vassallo, / de quelli scarponacci da bburino / quanno a le mano sce tienevi er callo / e mmaggnavi a ppagnott’-e-ccortellino? / Oggi che cc’è er Zantissimo indisposto / potressi armanco usà pprudenza, e a cquelli / che ssò pprima de té’ ccedeje er posto. / Er bardacchino tocca a li fratelli / de segreta: epperò ssor gruggno tosto / Levàtevesce for da li zzarelli»… dove, anche se qualche parola può risultare poco chiara – indeggni sta ad esempio per degni, indisposto per esposto – il senso dell’ultima esortazione è di immediata comprensione!

È il nome di una strada, situata nel rione Trastevere, a ricordare ancora oggi i vascellari, denominazione che nulla ha a che vedere con la  costruzione di imbarcazioni ma che invece, per una deformazione dialettale romanesca, indica i vasellari, cioè i vasai e fabbricanti di boccali e oggetti in coccio. Questi artigiani si erano stabiliti nello storico rione perché la zona, vicina al Tevere, permetteva il rifornimento di acqua e di terre

Vascellaro “per ricchi”, o meglio vero e proprio artista, fu Giovanni Trevisan, detto Volpato che, giunto da Venezia, introdusse nella sua fornace la tecnica del biscuit e realizzò, insieme a una ventina di operai, pregiate statuine che venivano poi vendute nel negozio di Merico Cagiati o nelle altre botteghe lungo il Corso. Questi oggetti avevano però prezzi proibitivi. I più dovevano accontentarsi dei prodotti di altre fornaci, come quella di Nino La Vista in Borgo Vittorio. Vasai sono stati anche il celebre baritono Antonio Cotogni, trasteverino, e Bartolomeo Pinelli, che da giovane aveva seguito le orme del padre Giovan Battista realizzando anche statuette per i presepi. Quasi tutti i vascellari infatti, nel periodo natalizio, si trasformavano in pupazzari, interpreti di un’antica arte popolare non del tutto scomparsa.

Negli ultimi anni la città ha assistito a una generale riscoperta dell’arte della ceramica, pur se l’artigianato del settore ha risentito negativamente della prepotente irruzione sul mercato di prodotti di importazione realizzati in paesi in cui la manodopera ha un costo bassissimo. A tecniche e metodi molto antichi, come la lavorazione a colombino – una sorta di “spaghetti” in creta che, disposti uno sull’altro, permettono di realizzare manualmente vasi e altri oggetti – si sono affiancati sofisticati macchinari, in una collaborazione fra artigianato e industria che in alcuni casi ha prodotto ottimi risultati. Sono così emersi artisti e artigiani in grado di coniugare la tradizione romana con tecniche di altra provenienza, ad esempio il raku, di origine giapponese.

Non meno prezioso è il restauro di ceramiche, porcellane, maioliche. Nei pochi laboratori operanti a Roma, colmi di boccette, colori, fornelli a spirito, bisturi e collanti, gli oggetti danneggiati – vasi e soprammobili di particolare pregio o soltanto tazzine e piatti importanti per il loro valore affettivo – riacquistano splendore, in virtù della maestria dei restauratori ma anche grazie ai moderni materiali (adesivi, resine, stucchi, consolidanti) che, frutto di una lunga ricerca scientifica, favoriscono la risoluzione dei differenti problemi. Alcuni laboratori hanno una loro specializzazione, come il restauro archeologico o quello degli smalti. Singolari sono le botteghe dedicate alla “cura” delle bambole, con la loro atmosfera talvolta un po’ inquietante, quasi da film dell’orrore. Gambe, braccia e teste sbucano infatti da ogni dove!

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