Storia della lavorazione artistica dei tessuti a Roma


L’antica arte della tessitura fu particolarmente apprezzata a Roma durante il Rinascimento. I papi, che amavano concedersi abiti e paramenti sacri ricchi e preziosi, commissionarono e acquistarono ricami, tappezzerie e stoffe, chiamando nella città i migliori maestri del settore oppure rivolgendosi a manifatture straniere.

La tessitura artistica iniziò però ad avere uno sviluppo stabile solo nel Seicento, con la creazione dell’Arazzeria Barberini, la prima in grado di soddisfare le esigenze del papato e della nobiltà. L’arazzo era allora un oggetto d’arredo molto richiesto, soprattutto per decorare interni ed esterni di palazzi in occasione di cerimonie. La lavorazione artistica di tessuti comprende la creazione di manufatti di vario tipo, tra i quali arazzi, tappeti e ricami. Strumento essenziale del mestiere è il telaio, orizzontale oppure verticale a seconda del tessuto che si vuole ottenere.

La tecnica del ricamo, tipica espressione di arte popolare, consiste invece nell’eseguire motivi ornamentali su un tessuto con l’ausilio di ago e filo, e consente la realizzazione di lavori di particolare finezza e pregio. Questa attività artigianale, importante nella Roma del passato, è però ormai quasi scomparsa, a causa dei lunghissimi tempi di esecuzione. Un destino purtroppo condiviso da altre produzioni del settore. Con l’avvento delle macchine, le lavorazioni manuali con telai e aghi hanno infatti avuto una profonda crisi, ma rimangono a tutt’oggi alcune importanti realtà artigianali legate al mondo del tessuto.

Le arazzerie romane

Nel Cinquecento i papi si erano serviti prevalentemente di manifatture straniere, in particolare fiamminghe. Ne sono un esempio le opere esposte nella Galleria degli Arazzi dei Musei Vaticani, appartenenti alla cosiddetta Scuola Nuova, tessute a Bruxelles fra il 1524 e il 1531 nella bottega di Pieter Van Aelst su cartoni disegnati da Raffaello e allievi.

Fu il cardinale Francesco Barberini, nipote di Urbano viii, a fondare nel 1627 una fabbrica romana. L’Arazzeria ebbe varie sedi. L’ultima in vicolo dei Leutari. A dirigerla fu posto un fiammingo, il cui nome italianizzato era Giacomo della Riviera, al quale successero alcuni suoi parenti. Dopo la chiusura dell’Arazzeria Barberini Roma rimase qualche decennio senza un efficiente laboratorio. Clemente xi prese l’iniziativa nel 1710, facendo installare un’officina negli ambienti dell’Ospizio apostolico di San Michele, alle sue dirette dipendenze. L’Istituto fu scelto anche perché già vi operavano un lanificio e una tintoria, presso i quali la fabbrica avrebbe potuto trovare materie prime e personale.

La lavorazione artistica di tessuti comprende la creazione di manufatti di vario tipo, tra i quali arazzi, tappeti e ricami. Strumento essenziale del mestiere è il telaio, orizzontale oppure verticale a seconda del tessuto che si vuole ottenere.

Sempre nel campo dei tessuti, agli inizi del Settecento vennero allestite nella struttura officine per la formazione di cappellai e calzettai e, nell’ala femminile, laboratori di ricamo in bianco, a colori e in oro, biancheria, sartoria, maglieria. L’Ospizio era stato fondato nel 1582 con lo scopo di raccogliere dalla strada e istruire alle arti applicate i giovani orfani o indigenti. Lo «spedale
dei fanciulli spersi» divenne nel 1695, con una Bolla di Innocenzo xii, Ospizio apostolico dei poveri invalidi. I ricoverati, mendicanti giovani e vecchi, vi svolgevano diverse attività, ma dovevano devolvere il ricavato del loro lavoro per il mantenimento della struttura.  Una parte di essa venne poi destinata a casa di correzione con il nome di San Michele dei cattivi. Al suo interno furono allestiti laboratori artigianali, dove si producevano pregevoli manufatti. Lo sfruttamento della manodopera a costo zero e senza limiti di orario andava infatti a discapito dei reclusi, ma favoriva il conseguimento di buoni risultati artistici e tecnici.

Nel 1711 la direzione tecnica dell’Arazzeria fu affidata a un tessitore parigino, Jean Simonet, che indirizzò la produzione verso le metodologie francesi. Alla tessitura a basso liccio, cioè con telaio orizzontale, si preferì quella ad alto liccio, con telaio verticale, mentre la lana fu sostituita, ad eccezione che nei tappeti, con la seta, più sottile, che rese gli arazzi molto simili a dipinti. La scuola-fabbrica, divenuta ben presto una delle attività più importanti dell’Ospizio, produsse per i pontefici grandi cicli decorativi, i cui soggetti erano tratti da pitture di celebri artisti, oltre a piccoli arazzi devozionali usati in genere come doni, ma anche copie di antiche opere da esporre nelle cerimonie oppure creazioni caratterizzate da elementi ornamentali geometrici e floreali. La qualità di lavorazione era talmente elevata da far paragonare i prodotti del San Michele ai celebri e pregiati gobelins francesi.

Alcuni arazzieri dell’Istituto nel tempo si misero in proprio. Nacquero allora nella città altre officine, come quella situata in piazza Santa Maria in Trastevere e protetta dai Gesuiti. Dal 1870, quando l’arazzeria di San Michele passò sotto la giurisdizione
dello Stato italiano e abbandonò i temi di arte sacra per adeguarsi alle esigenze delle nuove classi sociali, Pio ix iniziò a gettare le basi per una nuova fabbrica alle dipendenze della Chiesa. Solo nel 1915 fu però instaurata in Vaticano una Scuola-Fabbrica di Arazzi, di cui il laboratorio di Restauro Tessuti e Arazzi dei Musei Vaticani ha raccolto l’eredità. L’Arazzeria di San Michele chiuse nel 1926.

Le sartorie ecclesiastiche

La presenza a Roma di un elevato numero di chiese e della Corte papale ha portato alla fioritura di un peculiare artigianato legato ai tessuti, quello degli arredi e dei paramenti sacri. Fra le sartorie specializzate in abiti ecclesiastici la più celebre è quella dei Gammarelli, nei pressi del Pantheon. Da oltre duecento anni la ditta veste abati, prelati e porporati. Ha inoltre realizzato il primo corredo degli ultimi papi, la tonaca bianca con la quale il neo-eletto si affaccia dalla Loggia della Basilica Vaticana.

Alle sartorie romane si rivolgono ecclesiastici di tutto il mondo, anche perché alcuni tessuti, quali il rosso cardinalizio o il paonazzo romano dei vescovi, non si trovano comunemente in commercio. Un corredo da cardinale è certamente una spesa di non poco conto, che a qualche sfortunato è capitato di dover sostenere inutilmente. È il caso di Antonio Rosmini, l’abate filosofo che nel 1848 sborsò l’esorbitante cifra di quarantamila scudi per l’acquisto di abiti, carrozza e quattro cavalli, dopo aver ricevuto da Pio ix la promessa che sarebbe stato eletto cardinale. La proclamazione della Repubblica Romana costrinse il pontefice alla fuga, e per il povero Rosmini la promozione sfumò.

Rimase con il suo corredo ricco ma inutile, oltretutto decurtato di due cavalli caduti sotto il fuoco dei garibaldini. Alla fine riuscì a rivendere il tutto a un neoporporato inglese.

Questo articolo è un estratto del libro “Mestieri e Botteghe nel cuore di Roma” pubblicato da Paola Staccioli e Stefano Nespoli

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