Storia della lavorazione artistica del legno a Roma


La lavorazione artistica del legno vanta a Roma una lunga tradizione, qui ripercorriamo le vicende storiche di questa antica arte pubblicando un estratto dal libro “Mestieri e botteghe nel cuore di Roma” di Paola Staccioli e Stefano Nespoli

La lavorazione artistica del legno vanta a Roma una lunga tradizione. Nel campo dell’arredo, la città dei papi ebbe un periodo di particolare splendore nel Seicento, in epoca barocca, quando il fasto decorativo investì tutti i settori dell’arte. Furono allora create nuove tipologie di mobili e realizzati pezzi sontuosi e monumentali, intagliati e intarsiati con materiali preziosi, oppure ricoperti da dorature.

Nella città operarono grandi artisti quali Gian Lorenzo Bernini, Francesco Borromini, Pietro da Cortona, che diedero un contributo, significativo anche se scarsamente noto, nella progettazione degli arredi dei grandiosi palazzi di nobili e cardinali. Superate le esuberanze tardo-barocche, nel corso del Settecento lo stile del mobile romano si fece via via più delicato, con esempi di raffinata ebanisteria impreziositi da minuti intarsi. Mentre il Rococò non ebbe nella città espressioni proprie e autonome, con il Neoclassicismo il mobile romano, ispirato ai temi dell’antichità, ebbe un nuovo momento di gloria. In seguito non vi furono altri periodi significativi per la produzione, ma la città divenne negli ultimi decenni dell’Ottocento un importante centro del restauro. Verso la fine del secolo infatti gli ebanisti, che per generazioni avevano abbellito i sontuosi palazzi nobiliari, si trovarono a lavorare per mantenere la magnificenza degli arredi del passato.

Gli artigiani del legno

Tra i numerosi artigiani del legno, alcuni attraggono particolarmente l’attenzione del profano. Il tornitore ad esempio, che con sorprendente velocità ricostruisce la zampa di un tavolo, o l’intagliatore, che con tocco fermo e sicuro incide e scava il legno fino a fargli assumere le forme desiderate. Meno scenografico, ma ugualmente prezioso, è il lavoro dei “semplici” falegnami, continuatori di un mestiere dalle origini molto remote.

Fino al 1539 i falegnami romani appartenevano all’Università dei Muratori, insieme ai quali avevano costruito la Chiesa di San Gregorio Magno in via Leccosa. In quell’anno però trenta falegnami, in dissidio con altri membri del sodalizio, fondarono una propria confraternita indipendente intitolata a san Giuseppe. Ottennero la Chiesa di San Pietro sul carcere Mamertino, ma la ristrettezza del luogo li convinse a costruire un nuovo edificio sopra quello già esistente. Forse per polemica, o forse perché non riuscirono a trovare muratori disponibili, o chissà per quale altro motivo, l’opera fu realizzata interamente in legno. Dopo un veloce deterioramento, venne però ricostruita in muratura.

Tra i numerosi artigiani del legno, alcuni attraggono particolarmente l’attenzione del profano. Il tornitore ad esempio, che con sorprendente velocità ricostruisce la zampa di un tavolo, o l’intagliatore, che con tocco fermo e sicuro incide e scava il legno fino a fargli assumere le forme desiderate. Meno scenografico, ma ugualmente prezioso, è il lavoro dei “semplici” falegnami, continuatori di un mestiere dalle origini molto remote.

Così è sorta la Chiesa di San Giuseppe dei maestri del legno, tuttora esistente. Nel maggio 1540 il nuovo sodalizio fu riconosciuto come Arciconfraternita, ma soltanto agli inizi del secolo successivo vi aderirono tutti i falegnami, molti dei quali erano rimasti sino a quel momento con i muratori. Nacque allora l’Universitas Carpentariorum, i cui Statuti furono approvati da Urbano viii nel 1624, insieme alla riconferma dei privilegi dell’Arciconfraternita, che sopravvisse allo scioglimento della corporazione avvenuto nel 1801. Nel corso del XVII secolo un unico sodalizio economico riunì quindi i differenti artigiani del legno, comprendendo più di venti mestieri, alcuni dei quali appaiono oggi curiosi o sconosciuti: bastari, bottari, carrozzari,
catinari, cembalari, cupellari, ebanisti, fabarche, facasse d’archibugi, facocchi, famole, fatamburi, formari, intagliatori, leutari, mantaciari, mercanti di legname, scatolari, sediari, tinozzari, tornitori, zoccolari.

Sul finire del Cinquecento Thomaso Garzoni aveva minutamente descritto i compiti del falegname, che doveva essere in grado di affilare gli attrezzi, riconoscere i legni, disegnare, intagliare, squadrare il legno, «drizzare bene una tavola» «sguezza» o «torta», avere gusto estetico. Capacità e doti auspicabili anche nei falegnami dell’oggi! Negli ultimi anni l’artigianato legato al legno ha avuto nuovi originali sviluppi grazie a una proficua collaborazione fra falegnami, designer e architetti, che ha portato alla realizzazione di buoni manufatti artistici in stile moderno. Contemporaneamente si è però verificata la scomparsa di altri mestieri, superati da una più efficiente produzione su scala industriale

Ebanisti e inarsiatori

La qualifica di ebanista, inizialmente riservata a coloro che avevano un’abilità tale da poter lavorare legni pregiati come l’ebano, è attualmente utilizzata, più in generale, per indicare i migliori artigiani del settore, capaci, tra l’altro, di realizzare copie di mobili antichi usando le tecniche di costruzione delle varie epoche, oppure di restaurare vecchi intarsi. È quindi una definizione usata per lavorazioni artigianali del legno con finalità decorative, oltre che di impiego quotidiano.

Attualmente gli ebanisti sono legati quasi esclusivamente al mondo dell’antiquariato e del restauro. L’antichissima arte dell’intarsio, che oggi rischia di scomparire, ha attraversato nei secoli scorsi, in Italia come in altri paesi europei, momenti di eccezionale fioritura, soprattutto quando è stata espressione di un’appropriata sintesi fra l’estro di eccellenti artisti e l’abilità di pazienti maestri artigiani. Basta ammirare le tarsie del Palazzo Ducale di Urbino per comprendere quali risultati sia possibile
ottenere.

Nel Settecento l’intarsio ha raggiunto in Francia punte artistiche particolarmente elevate con André-Charles Boulle, maestro ebanista di Luigi xiv, e in Italia con le preziose creazioni di Giuseppe Maggiolini e della sua scuola milanese. Nella Roma dei secoli passati non si ricordano maestri intarsiatori di questo calibro, ma non mancano opere pregevoli, come il pavimento intarsiato, opera di Andrea Mimmi, del Salone d’oro di Palazzo Chigi, sontuosamente decorato alla metà del Settecento, in occasione delle nozze di Sigismondo Chigi con Maria Flaminia Odescalchi, da un’équipe di pittori, stuccatori, marmorari, ebanisti diretti da Giovanni Stern.

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