Prati. Roma. Ovunque crediamo nell’imperturbabilità del passato


Andrea Pomella racconta uno dei rioni meno conosciuti di Roma, caratteristico nell’architettura e dalla storia pregnante: Prati. La capacità descrittiva dell’autore permette di cogliere una delle tante anime della capitale e, attraverso il suo sguardo, dettagli significativi che possono restare inosservati al passante frettoloso o al turista indaffarato

Sono venuto nel quartiere Prati, fra le strade monotone e fastose della Roma umbertina, perché dovevo comprare una guida turistica. È agosto inoltrato, nei giorni passati ho battuto in lungo e in largo le librerie di Roma, e a quanto pare le ultime copie della Lonely Planet Provenza e Costa Azzurra si trovano sugli scaffali della Feltrinelli di viale Giulio Cesare. Mia moglie e mio figlio sono al mare, io sono rimasto in città a lavorare. Quando loro torneranno, faremo insieme il viaggio in Provenza. Ma questo succederà solo alla fine del mese.

Parcheggio in via Famagosta davanti a un bistrot. C’è una ragazza seduta a un tavolo all’aperto che fa colazione con un cornetto e un bicchiere di latte. La strada è spopolata. In giro ci sono solo bengalesi seduti sulle soglie di sconsolanti minimarket che aspettano qualche cliente; si contendono il deserto. All’incrocio con via Otranto vedo l’insegna di un solarium: Sheherazade. C’è un discreto via vai all’ingresso. Mi chiedo a che serva andare in un solarium il 14 agosto a Roma, con una temperatura incagliata da oltre un mese sui trentanove gradi, un sole manesco e panchine quante se ne vuole per distendersi una mezz’ora e abbrustolirsi come salsicce.

Camminare per Prati è un po’ irreale. I turisti hanno il passo morbido e spedito. A trecento metri ci sono le mura vaticane che lambiscono via Leone IV, piazza Risorgimento e via di Porta Angelica. Gli altissimi e sfarzosi palazzi umbertini proiettano un’ombra che è caratteristica del rione, è un’ombra che impone alle vie una cupa severità

Mi incanto a guardare la vetrinetta di un alimentari, c’è scritto: Pizza e mortadella, panini e bibite, prosciutto di montagna € 1.90 l’etto. Una cartolina che raffigura una scimmietta in costume da bagno coricata su una sdraio avvisa: Siamo chiusi per ferie! Ci rivediamo il 31 agosto. Mi soffermo su quel punto esclamativo. Non capisco perché la gente si ostini a ficcare ovunque punti esclamativi. Penso che l’enfasi sia la vera peste di questo secolo.

Un uomo in canottiera esce da un portone, si ferma sul marciapiede squadrandomi da capo a piedi. Dev’essere il portiere dello stabile. Si è accorto che osservo la vetrina dell’alimentari. Mi fa: “Le serve un panino?”. “Oh no, guardavo e basta”. Socchiude un occhio come se prendesse la mira: “E che guardavi?”. Immagino quanto sarebbe divertente rispondergli: «I punti esclamativi».

È uno dei quartieri piemontesi di Roma. Li chiamavano così perché riprendevano, per tipi e per modi, l’edilizia torinese successiva al periodo napoleonico. Fu edificato verso la fine dell’Ottocento sugli antichi prati di Castello (Castel Sant’Angelo), progettato in modo che da nessuna delle vie si possa scorgere la vicina cupola di San Pietro, a testimonianza di quanto fossero tesi in origine i rapporti tra il nuovo stato italiano e la Santa Sede. Camminare per Prati è un po’ irreale. I turisti hanno il passo morbido e spedito. A trecento metri ci sono le mura vaticane che lambiscono via Leone IV, piazza Risorgimento e via di Porta Angelica. Gli altissimi e sfarzosi palazzi umbertini proiettano un’ombra che è caratteristica del rione, è un’ombra che impone alle vie una cupa severità, come certi dipinti incorniciati in oro.

Mi infilo nella Feltrinelli, ma non ci sto tanto, giusto il tempo di scovare la Lonely Planet. Compro anche un romanzo di Simenon. In genere ogni anno, ad agosto, leggo un non-Maigret. Quest’anno, con la scusa della Provenza, mi sembrava quanto mai appropriato.

Quando esco dalla libreria, lo sbalzo di temperatura tra dentro e fuori è paralizzante. Viale Giulio Cesare è appiattito dal sole. Punto lo sguardo in direzione di via Ottaviano, la calura trasforma lo sciame di turisti diretti al colonnato del Bernini in una sostanza molliccia e pulsatile. Per una sorta di istinto sociale, forse perché cerco un riparo dalla solitudine, mi avvio anch’io nella stessa direzione.

Il marciapiede di sinistra è invaso da un brulichio di passanti, quello di destra è deserto. A spartire la strada così nettamente è il fatto che da una parte c’è l’ombra, mentre dall’altra è sole pieno. Ogni tre passi c’è qualcuno che offre servizi ai turisti. C’è una ragazza coi capelli biondo platino che mi ricorda vagamente Pris, la replicante di Blade Runner, che declama ad alta voce: “Español, english, deutsch, français…”. Un tizio la supera a passo veloce: “Se non parli romano nun te capiscono”.

È uno dei quartieri piemontesi di Roma. Li chiamavano così perché riprendevano, per tipi e per modi, l’edilizia torinese successiva al periodo napoleonico. Fu edificato verso la fine dell’Ottocento sugli antichi prati di Castello (Castel Sant’Angelo), progettato in modo che da nessuna delle vie si possa scorgere la vicina cupola di San Pietro, a testimonianza di quanto fossero tesi in origine i rapporti tra il nuovo stato italiano e la Santa Sede

Mi fermo in coda a un gruppo di turisti russi. Davanti a loro c’è un uomo che indossa una camicia a maniche corte dai colori sgargianti. Dai suoi modi di fare trapela un certo senso di impunità. È una guida abusiva e lo sento contrattare in italiano col capocomitiva: “Per fare il prezzo mi devi dire quanti sono”. Dopo un po’ grida ad alta voce: “Allora, chi lo vuole ‘sto caffè?”. Finge di dirigersi verso il bar sull’altro marciapiede. I russi parlottano con fare prudente, il capocomitiva spiega loro come stanno le cose: chi vuole può raggiungere la guida davanti al bar, gli altri restano dove sono. Semplice. Alla fine si convincono in cinque o sei. Attraversano la strada. La guida abusiva gli va incontro, li raduna in un capannello, raccoglie i soldi e indica il bar: “Qua però non lo fanno buono, andiamo più avanti”. Li invita a incamminarsi nella direzione che porta a San Pietro.

Via Ottaviano è una corte dei miracoli. Le infermità dei mendicanti, ostentate per impietosire i passanti, sono tra gli ultimi rimasugli del medioevo di Roma. Molto più della spiritualità, di cui s’è persa ogni traccia, a vantaggio di questo turismo da chincaglieria, dei mercatini tutto a un euro pullulanti di oggetti inutili e di vestiario scadente, e che tuttavia sono assaltati da crocchi di tedeschi, americani, francesi, argentini, polacchi. Tra i questuanti c’è un uomo che esibisce ustioni incurabili sulla quasi totalità del corpo, faccia compresa. Un altro, seduto sul marciapiede, tiene una gamba distesa che termina con un piede smisurato e deforme. In mezzo a questo commercio di strada quasi spariscono i negozi e le botteghe regolari. Sull’asfalto all’angolo con via Germanico ci sono dei cerchi tracciati col gesso con all’interno delle frecce che si inoltrano lungo il marciapiede. Una scritta in rosa sopra le frecce avverte il passante assetato: C’è un bar.

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Questo breve racconto è stato premiato da Treccani, da cui riprendiamo il sottotitolo e l’introduzione

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