Il Conte Tacchia: ultimo rappresentante della romanità verace e irriverente


Il Conte “Tacchia” Bennicelli, indimenticato rappresentante di quella romanità vivace, franca, generosa, pungente, irriverente e perspicace che oggi, purtroppo, non è più così tangibile.

Siamo all’inizio del Novecento, nel rione più popolare di Roma: Trastevere. Ancora oggi in questo quartiere, in cui all’epoca si mischiavano una modesta nobiltà ad artigiani, mercanti e popolani, si respira il profumo della “vera romanità” attraverso le sue strade strette e tortuose, e gli archetti che univano le basse palazzine. Erano sicuramente i trasteverini i depositari della tradizione romana e ne facevano sfoggio con fierezza attraverso usi, costumi e dialetto.

È proprio qui che nasce la storia del rinomato “Conte Tacchia”, romanesco appellativo del Conte Adriano Bennicelli, figlio di Filippo Bennicelli commerciante di legnami e proprietario di un opificio. Tacchia infatti in dialetto romanesco è un pezzo di legno, spesso utilizzato per fermare le porte o i tavoli che traballano. Ma a Roma esiste anche il detto “ogni botta ‘na tacchia“, e cioè che in quello che uno fa, lascia sempre la propria impronta. Il titolo lo aveva ereditato da suo padre che a sua volta era stato insignito da Papa Pio IX Mastai.

Amava esibirsi per strada, palcoscenico unico e ricco di pubblico. Spesso lo si vedeva girare per le strade del centro di Roma a tutta velocità con la sua carrozza trainata da due o quattro cavalli o con la sua traballante vettura, e contro coloro che gli sbarravano la strada o che si mettevano sul suo cammino indirizzava a gran voce insulti e pernacchie.

Adriano Bennicelli aveva uno spirito generoso e socievole, un linguaggio mordace e irriverente, tipicamente romanesco. Sempre alla ricerca di pubblico, non poteva di certo accontentarsi della lussuosa abitazione al Flaminio per dare sfogo alla sua eccentrica personalità. Decise così di trasferirsi a Piazza dell’Orologio, nel Palazzo Bennicelli realizzato dall’architetto Gaetano Koch e acquisito dalla famiglia Spada.

Amava esibirsi per strada, palcoscenico unico e ricco di pubblico. Spesso lo si vedeva girare per le strade del centro di Roma a tutta velocità con la sua carrozza trainata da due o quattro cavalli o con la sua traballante vettura, e contro coloro che gli sbarravano la strada o che si mettevano sul suo cammino indirizzava a gran voce insulti e pernacchie.

La sua guida bloccava la circolazione stradale a tal punto da richiedere l’intervento di un “pizzardone“, ovvero di un vigile urbano. Tra i vigili urbani e il Conte Tacchia non correva buon sangue tanto che si racconta che una volta fu scoperto da un vigile mentre faceva la pipì per strada. Pagò senza replicare la multa. Si rivolse poi al pizzardone chiedendogli se ripetendo quel fatto avrebbe dovuto pagare di nuovo. Alla risposta negativa, tutto raggiante, invitò alcuni conoscenti che passavano a far pipì, «tanto era tutto pagato». Tuttavia, per dimostrare che non avere rancore verso i pizzardoni, il 26 agosto, giorno del suo onomastico, invitava a pranzo l’intera ufficialità del corpo.

Il Conte Adriano, quando per strada si sentiva chiamare “Tacchia”, s’infuriava a tal punto da replicare con gli epiteti più forti ed espressivi del vocabolario romanesco. Alle minacce di pene corporali contro i beffeggiatori, il Conte faceva seguire un’impetuosa risata e qualche frase sagace. Ma finì per rassegnarsi a quel soprannome dal momento che era diventato una vera e propria celebrità a Roma, salutato ed acclamato al suo passaggio.

Amava il buon cibo, i cavalli, ma soprattutto le donne. Nel 1910 intraprese la carriera politica con la candidatura a deputato liberale esponendo il suo programma elettorale presso un’osteria. Fu però seguito da pochissimi accoliti e raccolse solo 83 voti su 2694 votanti. Arguto com’era, commentò così la sconfitta: «Ho pagato tanti litri e mi hanno restituito un fiasco solo!». Durante gli ultimi anni della sua vita si ammalò finché morì il 21 dicembre 1925, nel dolore dei Romani che si sentirono privati di una figura così rappresentativa di quella romanità vivace, franca, generosa, pungente, irriverente e perspicace che oggi, purtroppo, non è più così tangibile.

La sua figura è però rimasta nella tradizione romana tanto che un romano DOC, l’attore Enrico Montesano, ha vestito i panni del Conte Tacchia nell’omonimo film del 1982, per la regia di Sergio Corbucci e con le straordinarie partecipazioni di Paolo Panelli nel ruolo del padre e di Vittorio Gassman in quello del Principe Torquato. Ovviamente il film è romanzato e la vicenda si articola tra l’amore per la popolana Fernanda e per la Duchessina Elisa, e situazioni grottesche alle quali sfugge in maniera beffarda.

Articolo a cura di Vittoria Sut pubblicato su Roma Today

 

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