i riflessi della Brexit anche sull’Artigianato Made in Italy 1


A distanza di molti mesi dal referendum che ha sancito la volontà del Regno Unito di uscire dall’Unione Europea (“brexit” che comunque si concretizzerà solo nel marzo del 2018), rimangono ancora moltissimi gli interrogativi da chiarire.

Innanzitutto non sono stati risolti ed anzi risultano ingigantiti molti problemi interni alla Gran Bretagna.

Infatti la situazione non è gradita all’Irlanda del Nord, in gran parte cattolica, che  già nel passato creò gravissimi problemi al regno Unito e gli accordi del famoso “Venerdì Santo” (referendum del 1998 per la pace con gli inglesi) rischiano di saltare  se non si riesce a trovare una soluzione adeguata. C’è poi il Galles che reclama a sua volta una indipendenza per operare all’interno dell’Europa. La Scozia, inoltre, ha manifestato il fondato timore che l’uscita dalla Comunità Europea possa determinare  una contrazione nelle esportazioni delle sue aziende ed è opportuno precisare che il tessuto imprenditoria della Scozia è composto in via prevalente  da iniziative che trattano artigianato di elevata qualità: si tratta infatti di imprese che spaziano dall’oreficeria, al vetro soffiato, ai famosi tessuti (prodotti con metodi tradizionali) alle ceramiche ed ai liquori.

Gli scozzesi hanno addirittura  già stabilito la data per un loro referendum inerente l’indipendenza al fine di rimanere nella Comunità Europea e giudicano ovviamente  antidemocratico il “dictat”  di Londra teso ad impedire tale imminente manifestazione popolare. Peraltro il precedente referendum (2014) per l’eventuale separazione da Londra ha visto la vittoria degli “unionisti” solo di strettissima misura.

Poi c’è la vertenza riguardante la penale (che però è stata sdegnosamente contestata da “Down Street”): una volta scattato il famoso articolo 50 del trattato di Lisbona, la Commissione Europea ha stabilito in circa  60 miliardi di Euro la cifra che il Regno Unito deve pagare ai restanti 27 paesi della Comunità.

Le origini della “brexit” sono molteplici  ma in gran parte riconducibili alla non ottimale conduzione dell’Europa a trazione “germanocentrica”.

Si sottolinea comunque che l’elemento scatenante è  stato il fatto che la Gran Bretagna  non vuole imposizioni da nessuno circa le quote di migranti  da assorbire, senza contare  che per gli inglesi risulta già eccessiva la  massiccia quantità di europei (fra cui numerosi italiani) che si recano nel loro Paese per lavoro, studio ecc.

L’opinione di molti è che comunque bisogna assolutamente impedire un vero e proprio effetto domino di tale “brexit” per non arrivare in tutta l’Europa ad un ritorno  della situazione precedente al  “Trattato di Roma” (25 marzo 1957), vanificando del tutto il sogno che fu di Altiero Spinelli.

E’ chiaro in modo universale che tale distruzione della Comunità Europea sarebbe di discapito per ogni nazione del continente stesso (anche se, come evidenziato da alcune criptiche dichiarazioni, sarebbe gradita dalla nuova amministrazione americana).

In particola, l’Italia, come la Scozia (e forse anche di più), è costellata da una miriade di aziende artigianali di elevata qualità (arredamenti, abbigliamento, alimentari, ecc.), per cui  si è già calcolato che con la “brexit” si avrà  per le nostre P.M.I. una ripercussione negativa con una diminuzione del nostro export di oltre un miliardo di Euro.

Pertanto al fine di dare chiari segnali in controtendenza e far capire che l’Europa è veramente unita scongiurando così questo pericolo (purtroppo concreto) di frammentazione, sarebbe opportuno inventarsi qualche forte elemento di buona volontà: uno potrebbe essere quello di presentare una bandiera unica alle olimpiadi o ad altre manifestazioni sportive per sottolineare che l’Europa è unita e tale vuole restare.

Angelo Brasi

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