Ho passato un giorno a mangiare le grattachecche dei chioschi storici di Roma


Quello del grattacheccaro è un mestiere centenario. Lo fanno ancora in pochi, ma si tramanda da generazioni e nasconde racconti di vita e aneddoti bellissimi. (Reportage tratto da Munchies Italia)

Non provate nemmeno a chiamarla granita. Almeno se ci tenete a non essere rincorsi per tutto lo Stivale con un grattino per ghiaccio agitato tipo clava da una ristretta cerchia di romani veraci.

Qualche settimana fa, la nostra nuova collega di Vice appena arrivata da Roma, mi ha chiesto: “Senti, ma qui a Milano dove posso trovare una buona grattachecca?” “Non puoi trovare nessuna grattachecca.”

Perché la grattachecca a Roma è un simbolo: il simbolo del caldo torrido che ti squaglia la faccia nelle giornate estive della Capitale e del dormire sereno nelle serate in cui manca il respiro. L’emblema di una città in un limitato periodo dell’anno.

Se la granita è acqua con sciroppo che viene fatta ghiacciare, la grattachecca è ghiaccio puro grattato grezzo a cui vengono aggiunti sciroppi e frutta fresca. E alcol, alle volte, ovvio. Potreste trovarla anche fuori da Roma, a Napoli si chiama “Rattata”, ad esempio, ma è nella Città Eterna che nasce e cresce da un secolo a questa parte.

La grattachecca si fa a mano. Punto. Sennò chiamala in un altro modo. Anzi, storicamente si faceva mettendo il ghiaccio nelle mani dei clienti, si versava lo sciroppo e tu lo mangiavi così, senza cucchiai e niente.

Piccola parentesi storica, doverosa e interessante: l’idea di rinfrescarsi con del ghiaccio tritato viene dai tempi in cui non esistevano frigoriferi per conservare gli alimenti. Dalle montagne del vicino Abruzzo, i nevieri andavano a staccare pezzi di ghiacciai che caricavano sul dorso di un asino e portavano a valle isolati da un po’ di paglia. Da lì partivano quindi per Roma, dove rivendevano i blocchi di ghiaccio alle famiglie e ai locali.

L’etimologia verrebbe dal verbo grattare e dal nome con cui venivano chiamati questi ghiaccioni, checche per l’appunto. Anche se ho scoperto una storia molto più bella, che considererò quella ufficiale e che vi racconterò tra qualche riga. Ma torniamo a noi, al caldo devastante di fine giugno in una Roma ancora troppo piena di gente.

Nella mia idea di milanese, volevo raccontare la storia di un mestiere che pensavo essere in declino totale. Non ne sentivo parlare da un po’, per cui mi sono autoconvinto che non ci fossero più persone attaccate a un mestiere tanto semplice quanto antico. Ho pensato che per combattere le temperature roventi si preferisse una granita chimica che puoi trovare in qualsiasi bar. Ecco, fondamentalmente questo è il racconto di quanto mi sia sbagliato.

La differenza primaria tra una grattachecca e una granita è che la prima si mangia col cucchiaio. Se ti sei distratto e si è sciolto tutto, solo allora devi usare la cannuccia. Perché sono pezzi di ghiaccio belli grossi, devono scrocchiare sotto i denti al sapore di quello che hai sognato dopo una camminata faticosa grondante di sudore.

Così ho indossato la mia tenuta da barcaiolo panamense e sono andato in giro per la città a mangiare grattachecche e ad ascoltare le storie incredibili che quelle persone avevano da dirmi. Naturalmente accompagnato dal santo Andrea Di Lorenzo.

Le grattachecche vanno ancora forte, mettiamo subito questa cosa in chiaro. Però di chioschi ne sono rimasti pochi, una decina al massimo. E sono tutti, o quasi vecchi quanto la grattachecca stessa, chi più, chi meno.


Grattachecche Roma: Er Chioschetto di via Magna Grecia

La prima tappa del nostro viaggio ghiacciato è il chiosco di via Magna Grecia, in zona San Giovanni, Er Chioschetto Giallo e verde, sgargiante, per farsi vedere.Con un gomito appoggiato sul piccolo banco e la mano sul mento in chiaro segno di caldo e buona noia, Felice e il suo berretto sono in attesa di limare il blocco di ghiaccio per dissetare gli avventori, pochi, del pomeriggio. “Qual è la vostra grattachecca di battaglia?” “Dar Chioschetto”.

Ghiaccio, sciroppo di amarena, di tamarindo, succo di limone fresco con pezzi di cocco e amarene. Scratch scratch. Il grattino lavora sul ghiaccio velocemente e si riempie subito. Sotto ha dei dentini che grattano e portano il ghiaccio nello spazio sovrastante, che si apre e si svuota nel bicchiere.

La differenza primaria tra una grattachecca e una granita è che la prima si mangia col cucchiaio. Se ti sei distratto e si è sciolto tutto, solo allora devi usare la cannuccia. Perché sono pezzi di ghiaccio belli grossi, devono scrocchiare sotto i denti al sapore di quello che hai sognato dopo una camminata faticosa grondante di sudore.

“Daje che fa calloooooooo” recita uno dei bigliettini del chiosco. Io invece chiedo, perché sotto devono esserci aneddoti incredibili. E infatti. “Questo chioshetto è degli anni ‘30”, mi racconta Felice. “Ed è il primo che si incontra prima del centro della città. È un luogo del quartiere, frequentato perlopiù dalle famiglie del quartiere. Li conosco quasi tutti per nome, alcuni li ho visti nascere. E capita spesso che gli anziani si fermino per rinfrescarsi e mi ricordino come anni fa si siano fidanzati proprio prendendo una grattachecca qui, con mio padre a servirli”. Il padre era fuori, a passeggiare con le mani dietro la schiena.

“È un mestiere che si tramanda, e sono felice che i miei figli già inizino ogni tanto a venire.” Ovviamente, essendo pochi, non mancano le storie, quelle succulente e da sogno.

“Non ci viene più molto, ma in questi anni, Totti è passato diverse volte, è nato e cresciuto in questo quartiere. Me lo ricordo da bambino, ancora prima che iniziasse a tirare calci ad un pallone. Il bello è che come ce lo tramandiamo noi, lo fanno anche i clienti: per cui anche lui è venuto con la sua famiglia, a far felici i suoi figli”.

La prima grattachecca del pomeriggio non si scorda mai, rinfrescante. Con immagini di pura tenerezza.

Grattachecca a Testaccio

Penso che il Testaccio sia il quartiere più caldo di tutta Roma. Con il Tevere accanto, tutta la calura si racchiude in quel quartiere a blocchi dove c’era il mattatoio della città. E proprio perché si muore, non poteva mancare uno dei grattacheccari più amati.

Roberto, che ora ha 50 anni, ha una storia diversa rispetto agli altri: il chiosco non l’ha ereditato, l’ha comprato dalla sua vicina di casa una trentina di anni fa. Qui si mangia la grattachecca al Lemoncocco, la più ambita, la più famosa e forse, la più buona di Roma. Intorno nessuno, deserto, solo il rumore delle cicale. Roberto e la moglie lo gestiscono e mi raccontano le loro storie.

“Il Lemoncocco nasce come bibita, ancora molti anziani vengono per quello. Limone e cocco, rinfrescante, e poi si mangiano il limone, la parte bianca. Così si serve nella grattachecca.”

La sua faccia è accaldata, le braccia forti. “Ho iniziato a fare questo lavoro perché da piccolo prendevo il ghiaccio e me lo mangiavo guardando i cavalli passare da sotto la finestra.”

Ma se una volta si prendeva dall’Abruzzo, ora da dove viene questo ghiaccio? “Fino a qualche anno fa c’era uno stabilimento a San Lorenzo che lo faceva per tenere in fresco la birra Peroni. Poi si è iniziato a farlo in casa e ora deve superare degli standard e non si fa più.

È dura, perché costa, come costano le bottiglie, ma in estate lavoriamo tanto e ci concediamo i primi tre mesi d’inverno di vacanza”.

Basta domande, non era più tempo, il silenzio ci stava molto meglio. Un’anziana simpatica coppia ha preso una bibita lemoncocco e mangia il limone a morsi. Basti sapere che ci girarono Accattone di Pasolini.

Articolo a cura di Andrea Strafile, foto di Andrea di Lorenzo. Continua a leggere su Munchies Italia

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.