A Roma una donna aiuta i rifugiati siriani cucinando un sacco di hummus


Hummus Town è un progetto che grazie all’organizzazione di cene arabe e delivery di specialità mediorientali aiuta i rifugiati e le persone rimaste ad Aleppo. (Tratto da Munchies Italia)

Mezzogiorno, quartiere Ardeatino, Roma. Palazzo anni ’50, quarto piano, entro e mi accoglie subito un profumo di ceci e tahina. Due donne parlano fitto fitto in arabo, sono sommerse da cibo. La tv é sintonizzata su un tg.

Shaza Saker, fondatrice di Hummus Town, é in ritardo, io non mi perdo d’animo e cerco di comunicare in qualche modo con le padrone della cucina.

Jumana é in Italia da 9 anni. Lo scoppio della guerra in Siria non le ha permesso di ritornare a casa. Vive con suo marito e tre dei quattro figli fuori Roma (uno vive in Norvegia). Amal, curda, è qui da un anno anche lei con il marito, vivono ospitati in una chiesa in periferia, ha due figli in Germania. Entrambe casalinghe da una vita, iniziano subito a raccontarmi i piatti che stanno cucinando. Ora si occupano di catering e gestiscono ordini per tante persone.

Finalmente arriva Shaza; bacia tutte, anche me. Ci spostiamo in salotto e mi racconta, con un forte accento americano, che arriva a Roma all’età di 3 anni con tutta la sua famiglia per il lavoro del padre.

Tutte le estati che ricorda le ha passate in Siria. Sua madre ha permesso così che si fortificasse il legame con il suo paese d’origine. Oggi lavora alla FAO, ma non è stata sempre qui. Nel 1998 é andata in Egitto: ha lavorato per la tv, nell’ospitalità e principalmente per il settore privato. Quando le sorelle poi si trasferiscono in Australia, Shaza sente il dovere di tornare dai suoi genitori a Roma; così si ritrova a lavorare all’IFAD (International Fund for Agricultural Development) per 7 anni.

Hummus Town aiuta i rifugiati siriani offrendo lavoro nel settore gastronomico: cucinano, confezionano e consegnano cibi tradizionali in tutta la città

“Tutto é successo un po’ per caso; Hummus Town invece é nato da un obbligo, da un emozione. Jumana cucinava già a casa mia e ricordo esattamente il momento della nascita del progetto. Tutte e due stavamo piangendo per la situazione in Siria e ci siamo dette: perché non organizziamo delle cene arabe? Invitiamo le persone, raccogliamo dei soldi e ci rendiamo utili. E così abbiamo iniziato. Le cene sono aumentate sempre di più tanto che mio marito mi prende in giro e mi chiede se avremo mai di nuovo qualcuno in casa che sia ospite non pagante!”.

Hummus Town aiuta i rifugiati siriani offrendo lavoro nel settore gastronomico: cucinano, confezionano e consegnano cibi tradizionali in tutta la città. Aiutano però chiunque abbia bisogno, sono state coinvolte infatti persone provenienti dal Mali e Nigeria per esempio. Non ci sono limitazioni di nessun genere, neanche di religione. L’aspetto rivoluzionario di Hummus Town è che chi ha bisogno si aiuta da solo.

Suona il campanello e arriva Sobhi, il marito di Jumana, che si mette subito al lavoro tra pentole e frullatori. “Era diffidente all’inizio” mi dice Shaza. “Ci siamo conosciuti davanti alla FAO, non parlava italiano e mi guardava con sospetto”. È l’unico uomo del gruppo che cucina, aiuta la moglie e Amal.

Ad oggi il team é composto da 9 persone. Gli altri si occupano delle consegne e di questioni logistiche, non amano stare fermi a spignattare. Il più giovane ha 19 anni, vivono quasi tutti nei campi di accoglienza e vengono abbandonati a loro stessi. Hummus Town colma proprio questo vuoto.

Le donne sono poche ma grazie al corridoio di Sant’Egidio, un ingresso legale sul territorio italiano con visto umanitario e possibilità di richiesta di asilo, stanno aumentando. Il primo anno non possono lavorare, devono imparare la lingua e poi trovare lavoro. Fortunatamente riescono ad entrare in contatto diretto con Shaza tramite i ragazzi che lavorano già con lei, da ex rifugiati o grazie al centro di accoglienza Baobab. A quanto pare le voci girano in fretta anche se sei arrivato da poco in Italia.

Da un momento di sconforto e tristezza nascono serate di divertimenti e i soldi raccolti vengono mandati ad Aleppo ad una persona di fiducia che fa l’infermiera sul campo.

Dall’anno scorso però Shaza ha iniziato a parlare e conoscere direttamente i rifugiati romani e “mi sono innamorata di loro – mi dice. Ho capito che l’obiettivo doveva cambiare: non solo inviare dei soldi ma aiutare chi é qui e deve integrarsi. Quando guardo Jumana e Sohbi mi sembra di vedere i miei genitori e li immagino catapultati in un paese distrutto. Non posso fermarmi”.

Articolo a cura di Paola Buzzini, continua a leggere su Munchies Italia

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